Quali sono le nuove tecnologie che l'esercito italiano vuole mettere alla prova

Da sciami di droni connessi in 5G a sistemi robotici guidati dall'intelligenza artificiale: uno studio individua le tecnologie da sperimentare da qui al 2035





Il paragone con Star Wars è quasi scontato. La Marina degli Stati Uniti sta lavorando a un’arma laser in grado di emettere brevi ma potentissimi impulsi che polverizzano il bersaglio. Tactical ultrashort pulsed laser, come riferisce New Scientist, sarebbe in grado di mettere fuori uso piccoli bersagli, come un drone. Ad agosto è stato pianificato il primo test. Le armi laser sono una delle tecnologie militari che gli eserciti in tutto il mondo stanno studiando. Nel 2019 anche l’esercito italiano le indicava tra i fattori X che dal 2035 cambieranno gli equilibri di forza globali. In grado di disintegrare missili o droni o di mettere fuori uso una vasta gamma di sensori, le armi laser possono azzerare la capacità di comando e controllo delle truppe. Niente che non sia già stato visto in un film di fantascienza. Ma altro è considerarlo uno scenario del tutto realistico in futuro neanche troppo remoto.

E le armi laser non sono l’unica variabile. Dal punto di vista tecnologico, stando alle conclusioni a cui giunge l’esercito italiano nel rapporto Future operating environment post 2035, il vantaggio si giocherà sulla capacità di orchestrare sciami di droni e robot, su reti e internet delle cose, realtà aumentata, crittografia quantistica. Ed energia, tanta energia da fonti rinnovabili o da piccoli reattori nucleari, per alimentare la panoplia sul campo e il suo gemello digitale. “Il 2035 è lo spartiacque tra l’attuale livello tecnologico e il futuro che modificherà la dimensione spaziale e temporale del combattimento”, spiega a Wired il colonnello Paolo Sandri, a capo dell’ufficio innovazione dell’esercito italiano.

Nato nel 2019, l’ufficio ha il compito di stabilire quali sono le tecnologie che servono alla componente terrestre della Difesa per fronteggiare gli scenari dei prossimi 15 anni. “Questo ufficio studia tecnologie e software per attivare i processi di pianificazione. I tempi di produzione sono cambiati”, osserva Sandri. Così come lo sono i protagonisti dell’innovazione. È passata l’epoca in cui la tecnologia doveva fare “il militare” prima di arrivare sul mercato. A inizio febbraio, con la presentazione del rapporto Prospecta, l’esercito ha messo nero su bianco le sue priorità in termini di tecnologia per reclutare imprese con cui svilupparla.


Robot e intelligenza artificiale

Il primo test partirà entro sei, dodici mesi al massimo. Al centro sistemi robotici e autonomi (Ras) da mettere alla prova sul campo. Al progetto lavora una ventina di partner tra aziende, centri di ricerca e università. A breve sarà identificato il system integrator che dovrà mettere in rete programmi e hardware. “Lavoriamo su tecnologie per la protezione del personale, per la mobilità e per la situational awareness (consapevolezza della situazione in cui ci si trova, ndr)”, spiega Sandri: “Per esempio, piccoli Ugv (unmanned ground vehicle, mezzi terrestri a guida autonoma, ndr) dotati di sensori per esplorare il territorio e inviare segnali direttamente all’operatore”. O mezzi robotici più pesanti, in affiancamento a un plotone.

O ancora, come suggerisce proprio su Prospecta Vito Trianni dell’istituto di scienza e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale della ricerca (Cnr), investire su sciami di droni che, replicando i modelli sociali di api o formiche, riescono a coordinare in autonomia più robot, istruiti per eseguire comportamenti semplici e quindi meno costosi dal punto di vista produttivo, per guidare missioni complesse. “Potremo usare micro-droni per fare le sentinelle, con funzioni di riconoscimento facciale e acustico”, osserva Sandri. L’università di Udine, per esempio, riferisce l’esercito, sta lavorando ad algoritmi di riconoscimento acustico.

La seconda fase consiste nell’affidare a un sistema di intelligenza artificiale (Ai) l’elaborazione dei dati che tutti questi sensori sul campo raccolgono e l’attivazione di decisioni automatiche, per esempio il recupero di un ferito avvistato da un drone di pattugliamento. “Ma non per un’arma. Non è etico. Le scelte critiche finali spettano sempre all’uomo”, dice Sandri.


Contro i robot killer

La discesa dell’Ai in battaglia è un argomento che genera preoccupazione. Da un lato sembra inevitabile, sia perché sempre più strumenti montano algoritmi di analisi, sia perché non tutte le nazioni si pongono gli stessi interrogativi etici. Dall’altro il tentativo è di tracciare un confine netto tra usi ammessi e altri, quelli letali, vietati.

A fine gennaio una risoluzione del Parlamento europeo ha risollecitato l’Unione a dettare regole comuni sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale, compresa quella applicata in ambito militare. Nello specifico, gli europarlamentari hanno votato a favore di un divieto dei sistemi d’arma autonomi e dei cosiddetti “robot killer”. “La decisione di selezionare un bersaglio e di effettuare un’azione legale usando un sistema di arma autonoma deve essere sempre fatta da un essere umano, che esercita un pieno controllo e giudizio”, è la posizione dell’Europarlamento, che spinge perché la Commissione faccia riconoscere questo standard anche dalle Nazioni Unite.

Non sarà una strada in discesa. Negli stessi giorni Reuters racconta che un comitato di esperti, guidato dall’ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ha suggerito al Congresso degli Stati Uniti di non proibire le armi attivate dall’intelligenza artificiale, perché farebbero meno errori di un essere umano. Imboccando una strada opposta a quella caldeggiata in Europa.

In generale, secondo la campagna internazionale per lo stop ai robot killer, sono 30 i Paesi e 140 le associazioni non governative che si oppongono a queste tecnologie. Obiettivo dell’organizzazione è arrivare a un blocco internazionale. Qualcosa si muove, non solo a livello politico. A giugno il comitato etico del ricco Fondo pensione globale del governo norvegese, che reinveste le royalties dell’estrazione del petrolio, ha suggerito di considerare le armi autonome “vietate“, di fatto spingendo la cassaforte a non investire in aziende che le sviluppano.



https://www.wired.it/attualita/tech/2021/03/17/esercito-italia-tecnologie-droni-robot-intelligenza-artificiale/?refresh_ce=


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